A cura del Prof. Pietro Roccaro

Era il capo della mensa socialista dei confinati, come ricorda la scritta su strada Muraglione. Già allora, evidentemente, un punto di riferimento. Certo, mai a quel tempo avrebbe immaginato di diventare, un giorno, anche il capo dello Stato. Sandro Pertini, tra il 1939 e il 1943, scontava la condanna al confino a Ventotene, poco più di uno scoglio in mezzo al Tirreno, minuscolo e remoto, battuto dal vento che rinfresca d’estate e tramortisce d’inverno.
Con lui tante menti che avrebbero forgiato la Repubblica, da Umberto Terracini a Mauro Scoccimarro, da Adele Bei a Camilla Ravera, ma anche i padri dell’Europa che verrà: Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e, pur di passaggio, Ursula Hirschmann e Ada Rossi che avrebbero portato il Manifesto europeista (1941) di lì sulla terra ferma, a Milano, garantendone il destino che poi ha avuto.
Tutti antifascisti e in lotta contro un regime che privava le persone dei diritti più elementari. Ma non c’erano solo i dissidenti politici. La dittatura colpiva chiunque fosse disallineato rispetto all’ordine vigente: anarchici, sindacalisti, testimoni di Geova, omosessuali, stranieri (albanesi, soprattutto) affollavano i cameroni della cittadella confinaria sull’isola. A ciascuno di loro – saranno 800, dopo il 1940 – Spinelli dedica spazio nel bellissimo Come ho tentato di diventare saggio (il Mulino, 1984, appena ristampato).
Della cittadella costruita per i confinati non rimane nulla, le strutture furono abbattute nel 1980; restano un memoriale all’ombra di due tamerici, là dove sorgeva il padiglione delle donne, e le tracce di chi vuole preservare la memoria e ha costruito un itinerario che indica momenti e luoghi dei militanti segregati. I quali, rispettando determinate fasce orarie, potevano muoversi nel centro storico, coltivare la terra, praticare l’artigianato. Qualunque cosa pur di impiegare il tempo in quello spazio ristretto, guardati a vista dalla polizia, legati da un rapporto non facile con gli isolani che a loro volta rischiavano di incorrere in sanzioni o sospetti nel momento in cui mostravano loro eccessiva vicinanza.
Ogni giorno era uguale all’altro, se mai peggiore. Come quando, per via dei costosi collegamenti con la terra ferma e delle conseguenze drammatiche della guerra in corso, fu sempre più complicato far arrivare cibo e acqua su quei due chilometri quadrati, e si soffrì – letteralmente – la fame. Scenari che oggi, a distanza di 80 anni, paiono inverosimili, ancor di più davanti a un tramonto ineguagliabile a Parata grande: in cima alla strada, l’incanto del sole che si adagia sul profilo di Ponza mentre Palmarola, sulla destra, sfuma in un arancio soffuso. Alle spalle ci sono la casa rossa e, più giù, la villa bianca dove fu girato Ferie d’agosto, 27 anni fa, con Silvio Orlando ed Ennio Fantastichini a rappresentare l’eterna battaglia tra sinistra e destra attraverso l’opposta visione della vita di due famiglie.
Per i confinati – la cui quotidianità è ricostruita nel pregevole lavoro di Filomena Gargiulo Ventotene isola di confino (Ultima spiaggia 2013) – «prima di ogni altra angheria c’era l’angheria della natura. Ci si figuri una prigione messa a disposizione di un tiranno crudele, di un Dio ringhioso e vendicativo. Le nude mura e il mare. Quel mare piatto, vuoto, infinito, che vi circonda come un anello insuperabile, catenaccio di una robustezza a tutta prova, sentinella mai sonnacchiosa. (…) Quello del mare diventa presto un fondo di silenzio». Con queste parole il socialista Alberto Jacometti ci trasmette lo stato d’animo dei reclusi. Probabilmente anche lui trascorreva qualche momento nel cuore dell’isola, a piazza Castello, dove l’imponente fortezza voluta dai Borboni – in cima alla quale i fascisti avevano costruito altri due piani – era occupata dalla milizia. Oggi è la sede del Comune, vi sventolano le bandiere degli Stati europei. Sulla parete in basso, il murales che riproduce il testo del Manifesto – un’opera dell’artista Giovanni Anastasia, con la collaborazione di Valeria Iozzi – e il Vassoio dipinto da Ernesto Rossi, con personaggi e situazioni di quegli anni, ricordano a quanti passeggiano spensierati, magari dopo un giro in barca, che cosa accadde.
Lo fa anche la libreria Ultima spiaggia – sempre animata, un piacere per gli occhi – guidata con sapienza da Fabio Masi, che tiene viva la memoria di quella stagione attraverso le ricerche e testimonianze ben esposte, compreso il ritratto di Ursula Hirschmann scritto da Silvana Boccanfuso.
L’ocra intenso del municipio fa il paio con il rosa e gli altri colori delle case che degradano verso il porto romano lungo stretti tornanti, o si susseguono verso la seconda piazzetta dove c’è la Chiesa, intitolata a San Candida, patrona dell’isola (è con la tre giorni di celebrazioni a lei dedicate, conclusasi lo scorso venerdì, che qui finisce l’estate), o ancora lungo la via degli Ulivi o verso Calanave, una delle due spiagge. L’altra, meno frequentata, è Cala Rossano, sulla quale veglia dall’alto il cimitero chiuso da un cancello. Un ventotenese che si ferma in raccoglimento su un sepolcro racconta che ognuno di loro ha una propria chiave, poi indica una bandiera europea mossa dall’immancabile vento: è il drappo blu che, prima ancora del nome inciso sul marmo, segnala la tomba di Altiero Spinelli. Non stupisce che abbia voluto essere seppellito qui. Né meraviglia la stele che domina la piazzetta, con impresse le sensazioni della fuga, il 18 agosto 1943: era caduto Mussolini, e con lui l’isolamento di “Confinopoli”. Su una barca sgangherata, ebbri della ritrovata libertà, abbandonarono Ventotene alla volta di Formia. Per molti di loro la battaglia non solo non era finita ma sarebbe entrata in una fase determinante dopo l’8 settembre, con la Resistenza.
Quel 18 agosto, ha poi scritto Spinelli, «guardavo sparire l’isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato come da un lontano loggione la tragedia della Seconda guerra mondiale (…) avevo scoperto l’abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito», con la consapevolezza che non c’era nulla di concreto se non «per ora, oltre che me stesso, che un Manifesto, alcune tesi e tre o quattro amici».
Una nuova vita si apriva, un’epoca irripetibile si sarebbe inaugurata di lì a pochi anni, con tanti dei confinati tra i banchi della Costituente a ridisegnare l’Italia libera. Chissà a quanti sovveniva l’isola di Ventotene, «tutta soltanto fatta di luce e di colore» nei ricordi di Camilla Ravera. Colori che «nell’aria chiara della primavera hanno il massimo della limpidezza e splendore» per poi sbiadire, osserva la futura senatrice a vita, d’estate quando «si vede soltanto più la magnificenza del mare».
Cos’è il Manifesto di Ventotene
Immaginate di essere prigionieri su una piccola isola in mezzo al mare, mentre intorno a voi l’Europa è in fiamme per colpa della Seconda guerra mondiale. È proprio in questa situazione che tre uomini coraggiosi, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, nel 1941 scrissero un documento destinato a cambiare la storia: il Manifesto di Ventotene.
Questi tre antifascisti, confinati dal regime di Mussolini sull’isola di Ventotene nel Mar Tirreno, non si limitarono a sognare la fine della guerra, ma immaginarono un futuro completamente nuovo per l’Europa.
Il Manifesto di Ventotene, ufficialmente intitolato “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto“, è un documento che ancora oggi è considerato una delle pietre miliari nella nascita dell’idea di un’Europa unita e federale.
All’epoca, l’Europa era un campo di battaglia. I paesi si combattevano tra loro, spinti da nazionalismi estremi e governati da dittature come il fascismo e il nazismo. Spinelli e i suoi compagni capirono una cosa fondamentale: finché ogni nazione avrebbe pensato solo a sé stessa, le guerre sarebbero continuate all’infinito. Il Manifesto venne dunque concepito come una proposta per superare le divisioni nazionali e prevenire future guerre attraverso l’unificazione politica dell’Europa.
Punti fondamentali del Manifesto di Ventotene
- Basta con i paesi che fanno tutto da soli: Il Manifesto diceva che i paesi europei dovevano smettere di comportarsi come isole separate e iniziare a condividere decisioni importanti. Viene proposta, quindi, la creazione di una federazione europea in cui gli Stati membri condividono parte della loro sovranità con istituzioni sovranazionali, garantendo così una pace duratura
- Creazione di un’Europa unita: L’idea era di formare un’Europa federale con un parlamento e un governo comuni, dove tutti i cittadini potessero sentirsi parte di una stessa comunità. Non si trattava di cancellare le differenze, ma di collaborare sulle grandi questioni come l’economia o i rapporti con gli altri continenti.
- Migliorare la vita dei lavoratori: Spinelli e i suoi amici volevano un’Europa che si preoccupasse non solo di politica ed economia, ma anche di giustizia sociale. Volevano che tutti i cittadini europei potessero vivere dignitosamente, con diritti e opportunità simili.
- Il documento auspicava una rivoluzione socialista che emancipasse le classi lavoratrici e migliorasse le condizioni di vita, proponendo una gestione della proprietà privata modulata caso per caso, evitando approcci dogmatici.
- Promozione della pace e della cooperazione internazionale: L’obiettivo finale era semplice ma rivoluzionario: fare in modo che i paesi europei smettessero di combattersi e iniziassero a considerarsi parte della stessa famiglia, arrivare dunque a garantire una pace duratura.
Perché è importante ancora oggi
Quando usiamo l’euro, viaggiamo senza passaporto tra i paesi dell’Unione Europea, stiamo vivendo il sogno di quei tre uomini confinati su un’isola. L’Unione Europea di oggi non è perfetta e ha ancora molti problemi da risolvere, ma è nata proprio da quelle idee scritte in segreto, su fogli nascosti nelle sigarette per non farsi scoprire dai fascisti. Il Manifesto di Ventotene ci ricorda che anche nei momenti più bui, quando tutto sembra perduto, avere il coraggio di immaginare un futuro migliore può davvero cambiare la storia.
Sandro Pertini, il Confino e il sogno di un’Europa Unita e di Giustizia Sociale
Tra i confinati illustri dell’isola di Ventotene vi era anche Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica Italiana. Pertini fu confinato sull’isola dal 1939 al 1943 a causa della sua opposizione al regime fascista. Durante la sua permanenza, si distinse per il suo impegno politico e per l’attenzione alle condizioni dei compagni di confino, intervenendo in loro favore presso le autorità competenti.
In sintesi, il Manifesto di Ventotene rappresenta una pietra miliare nel percorso verso l’integrazione europea, nato in un contesto di oppressione ma volto a promuovere un futuro di unità e pace. Figure come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Sandro Pertini hanno contribuito, attraverso il loro impegno e sacrificio, a gettare le basi per l’Europa unita che conosciamo oggi.
L’opposizione di Sandro Pertini: una critica socialista e democratica
Sandro Pertini, socialista e partigiano, non aderì al Manifesto di Ventotene per diverse ragioni, che non erano dettate da un rifiuto dell’idea di collaborazione europea, ma da una chiara consapevolezza delle sue implicazioni politiche e sociali.
1. La difesa della sovranità nazionale e della lotta antifascista
Nel 1941, mentre Spinelli e Rossi elaboravano il Manifesto, Pertini era attivamente impegnato nella lotta antifascista. Per lui, la priorità era sconfiggere il regime di Mussolini e liberare l’Italia, non progettare un futuro assetto istituzionale che, in quel momento, appariva utopistico e secondario.
Il Manifesto considerava la nazione come un ostacolo alla pace, ma Pertini vedeva nell’identità nazionale un elemento essenziale della lotta di liberazione. I popoli d’Europa stavano combattendo per la loro autodeterminazione contro l’oppressione nazifascista, e non aveva senso teorizzare la dissoluzione degli Stati proprio mentre milioni di persone morivano per difendere la propria indipendenza.
2. Il rifiuto del federalismo tecnocratico
Pertini era un socialista democratico e credeva che le scelte politiche dovessero essere prese dai cittadini attraverso istituzioni rappresentative. Il Manifesto di Ventotene, al contrario, affidava il futuro dell’Europa a una struttura federale sovranazionale, svuotando di fatto le istituzioni nazionali.
Un’Europa governata da un’elite di tecnocrati non avrebbe garantito maggiore giustizia sociale, ma avrebbe semmai consolidato il potere delle classi dominanti, limitando la capacità dei popoli di decidere sulle proprie economie e sul proprio futuro. Questa visione si è poi concretizzata nel modello dell’Unione Europea attuale, dove le politiche economiche vengono imposte dagli organismi centrali senza un vero controllo democratico.
3. Una visione socialista e popolare dell’Europa
Pertini non rifiutava l’idea di una cooperazione tra i popoli europei, ma credeva che essa dovesse basarsi sulla solidarietà tra nazioni sovrane e non sulla costruzione di un’entità sovranazionale. La sua idea di Europa era quella di un continente di Stati liberi e democratici, che collaborassero su basi paritarie, senza che le decisioni fossero imposte dall’alto da istituzioni distanti e non rappresentative.
Questa posizione si ricollega a una lunga tradizione socialista, che vedeva nello Stato nazionale un mezzo per proteggere i diritti dei lavoratori e le conquiste sociali. Al contrario, il progetto federalista del Manifesto di Ventotene avrebbe aperto la strada a un’Europa governata da élite economiche e burocratiche, come di fatto è avvenuto.
Da una parte c’è il “sogno” o, come si diceva un tempo, l’ideale di un’Europa veramente unita, capace di comporre in una sintesi superiore gli interessi delle nazioni; con un Parlamento sovrano; con una politica estera che operi per una pace che non sia “semplice assenza di guerra”, ma “dialogo, fiducia, distensione, intesa”. Un’Europa più influente e più garante della sua stessa sicurezza, con una comune politica di difesa; con una economia in grado di battere occupazione e sfiducia nel domani (mali che affliggono soprattutto i giovani), di competere con i paesi più forti di aiutare i più deboli.
Dall’altra, la “non Europa” dei confini, delle debolezze e degli egoismi nazionali, del Parlamento dai “poteri dimezzati” e delle divisioni che separano terre e popoli un tempo uniti.
È toccato proprio a Sandro Pertini – in occasione dell’ultima visita ufficiale del suo settennato e mentre va a concludersi il semestre di presidenza italiana della Cee – ricordare il sogno dei padri europeisti, firmatari del manifesto di Ventotene (tra i presenti c’ era Altiero Spinelli, uno degli estensori del documento) e lanciare un appello a mettere da parte particolarismi e incomprensioni, a “superare il guado” e incamminarsi verso l’unità politica.
“L’Europa, aggiungo io”, dice Pertini, “non si ferma alla Sprea ma arriva agli Urali”. “Siamo convinti”, conclude, “che in un nuovo assetto raggiunto con la pace e con la pace mantenuto, finirà per riunirsi ciò che oggi un muro non basta a dividere”.
Dunque, l’immagine vagheggiata dagli antifascisti di Ventotene non ha ancora avuto riscontro nella realtà. Sapevamo, ha ricordato Pertini volgendosi ancora verso Spinelli (“che oggi con la sua fluente barba sembra un patriarca, il patriarca degli Stati Uniti d’ Europa”) che la strada sarebbe stata in salita, ma bisogna fare di tutto perché quel traguardo venga raggiunto.
Ma non basta allargare i confini economici dei Dieci, se non si realizza “il rilancio politico e istituzionale comunitario”.
Un fatto è, però, certo, e cioè che un’Europa che intenda proporsi come modello di democrazia, che intenda tutelare gli stessi valori di democrazia nel mondo, non può avere nel suo seno un Parlamento “dai poteri dimezzati”.
“L’Europa non è più da scoprire o da inventare, ma da volere e basta”. Quindi, “non scoraggiamoci, non cediamo all’ offensiva ideologica del pragmatismo”.
Se Reagan ha detto che l’ Europa è un “successo morale”, per Pertini “dobbiamo essere anche un successo politico”.
Al suo settennato che volge alla conclusione Pertini ha dedicato appena un passaggio: il dialogo con migliaia e migliaia di giovani. È da loro che viene la maggior ansia di pace, dice il presidente. Da Lippman ha invece raccolto il monito: “la guerra nucleare può esplodere anche per un errato calcolo tecnico e politico”. Per questo, conclude, “sono per il disarmo totale e controllato”. L’ auspicio finale è che le ingenti risorse che vengono spese per le armi nucleari vengano impiegate per combattere la fame nel mondo (e qui, Pertini con un esempio che farà discutere, ha ricordato l’impegno dei contadini italiani in Libia prima della guerra).
“Perché l’Europa di Ventotene è la nostra Europa”
Il fascismo aveva mandato al confino sull’isola di Ventotene molti antifascisti, per impedire che seminassero idee di libertà. Da quel luogo di segregazione sorse un vento di speranza, che vide nell’ideale federalista europeo la via per curare le ferite di un’Europa avvelenata dagli egoismi nazionalisti, lacerata dalle violenze settarie dei regimi totalitari e insanguinata dalla guerra.
«Questi insegnamenti e lezioni sono senza scadenza, senza tempo; erano allora richiesti ed espressi con una grande fede nella libertà, la fiducia nel corso della storia e anche il coraggio di posizioni di assoluta avanguardia» (Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana, nell’80° anniversario del Manifesto di Ventotene, 29 agosto 2021).
Rinnegare lo spirito del Manifesto di Ventotene significa prendere le distanze dall’ambizioso progetto di unificazione europea, sancito dai Trattati di Roma del 1957, che coniugavano quell’anelito europeista con l’impegno di De Gasperi, Adenauer e Schuman, padri dell’Europa.
Significa rinnegare l’impegno di generazioni per la costruzione di un’Europa plurale e solidale. Significa cancellare lo sforzo delle Madri e dei Padri Costituenti che progettarono e ricostruirono sulla libertà, sulla democrazia, sui diritti, sul multilateralismo e sulla cooperazione internazionale l’Italia e l’Europa, fatte a pezzi dalla protervia e dalla tirannide nazifascista.
Quel Manifesto, per quello che rappresentò allora e per quello che ancora rappresenta, resta un punto di riferimento irrinunciabile per chiunque, in Italia e in Europa, abbia davvero a cuore la Libertà coniugata con la Giustizia e la Democrazia. Per questo Ventotene e il suo Manifesto sono stati riconosciuti Patrimonio culturale dell’Unione Europea. Tentare d’infangarne lo spirito, citando in modo capzioso passi del Manifesto estrapolati dal loro contesto, è un’operazione che disonora l’Italia.
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